“Il fatto che io e molte altre donne non abbiamo figli, chi per scelta precisa e chi per impossibilità dovuta a circostanze di varia natura (…), non vuol dire che non capiamo certe cose. Spesso sento dire con odiosa sicumera non puoi capire fino a che non hai figli. Vi assicuro che non è così. Io lo immagino benissimo che cos’è l’amore per un figlio che è parte di te. Vi giuro che lo so cosa significhi amare sopra ogni altra cosa il tuo bambino, riempirti i polmoni del suo odore, vivere attraverso di lui che vive grazie a voi. Lo so! E non posso spiegarlo meglio. Il fatto che non sia in grado di averne non mi preclude di capire un amore così incommensurabile.

E proprio per questo, il secondo pensiero riguarda le madri che si sentono inadeguate al ruolo. Spesso ne soffrono, immeritatamente. Lasciatevelo dire da chi vi osserva a distanza, siete brave anche se nessuno ha il dovere di riconoscerlo. Altre volte invece capita che vi sediate sul compiacimento della vostra presunta inadeguatezza. E qui non posso fare a meno di provare un forte fastidio”.

A scrivere è Sara Boriosi su genitoricrescono.com. Le sue parole mi hanno molto colpita, così tanto da titolare questo post “Le madri senza figli”. Mi ha colpito perché mi ha buttato in faccia quel lato di una medaglia che avrebbe potuta essere anche mia. Io sono una madre con figlio, ma per averlo questo figlio, ho impiegato tanto tempo, tanta fatica, tanto stress, alcuni medici.

A febbraio del 2012 mi dissero: “In queste condizioni non puoi avere bambini, non ovuli”.

In cuor mio lo sapevo fin da quando ero ragazzina con quelle mestruazioni ballerine che mi hanno sempre accompagnata dall’adolescenza. Un mese sì, dieci no. Cure ormonali, punture, pillole, sedute dallo psicologo per capire se il blocco era emotivo. Poi a 22 anni le mestruazioni sono tornate, ancora irregolari, ma con una cadenza un po’ più normale. A 22 anni non ci pensi a fare un figlio, ma la mia migliore amica rimase incinta, e nello sconvolgimento generale che la notizia mi procurò, una parte di me, egoisticamente, pensava: “E se io lo volessi un figlio? Chissà se potrei averlo…”.

Poi l’università, il giornalismo, gli amici, Perugia, Urbino, Milano, Firenze, la fine di un grande amore, l’inizio di quello che ancora vivo. E quel desiderio, che piano piano cresceva. L’idea di un bambino, il mettermi alla prova come madre, la voglia di formare una famiglia col mio compagno.

Col trascorrere dei mesi il desiderio si è piano piano trasformato in ossessione, ogni test negativo diventava una malattia. Ma l’ossessione spesso la vedi solo tu. E la persona che ti sta accanto. All’esterno tutto continua: lavoro, amici, serate, viaggi. Io cercavo di esorcizzare la mia delusione e solitudine con le battute. Ma a volte piangevo.  Invidiavo – e insieme – amavo le mie amiche che erano in gravidanza. Camminavo per strada, vedevo i bimbi con i genitori e io mi sentivo a metà.

Quando il ginecologo mi disse che l’ovulazione non esisteva, che per ora di figli non si poteva proprio parlare, incomprensibilmente, il mio cuore e la mia mente si placarono. Pensai: “Ok. Alessandra adolescente lo sapeva già, ora lo sa anche quella più grande. Basta piangersi addosso, basta stressare me stessa e Carlo, basta ossessioni. Non posso, punto. Sarò una madre senza figli perché dentro lo so, che sono madre”.

Cinque mesi dopo sono rimasta incinta di Pietro. Ho fatto il test sei volte. E lì sì, piansi. Tanto, tantissimo. Atea, gridai al miracolo, dopo un viaggio tra Israele e Palestina. Il mio ginecologo, più pragmatico, quando lo chiamai per avvertirlo, mi disse: “A non pensarci, vedi che a volte si ovula pure”. Piansero anche le mie amiche, quelle con figli e quelle senza. La gioia di Carlo non è neanche minimamente raccontabile in un post, ci vorrebbe un libro.

La madre senza figli però, mi accompagna ancora. Mi dice ogni volta le parole di Sara: “Ricordate che vi è concesso quello che per natura non è così scontato avere, non giocate a fare le imperfette perché la maternità vi priva temporaneamente delle mollezze della vita da universitaria, anche se di anni ne avete più di trenta”.

Non sempre è così facile Sara. Dopo la nascita di Pietro mi sono lamentata tanto, pur avendolo desiderato quasi come una tossicodipendente desidera la droga. Del sonno mancato, dei drink persi, del cinemateatrolibro ormai inesistente, della coppia che lascia spazio solo a lui. Mi sono sentita inadeguata, imperfetta, mi sono tremate le mani nel cambiarlo, mi è venuto da urlare quando non riuscivo ad allattarlo, sono scappata due giorni alle Terme quando non dormivo da un mese e mezzo, sono tornata a lavoro pensando di tornare a respirare un po’ e poi ho capito che respiravo solo quando stavo con lui.

Spesso ho chiesto aiuto alla madre senza figli che ero. Perché sapevo che solo lei poteva capirmi. Le chiedevo: “Ma dove sei finita?”. E’ sempre lì. Oggi come ieri. Sulla soglia sì, ma eternamente fondamentale.

Alessandra Bravi

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