Dopo 4 anni ce l’ho fatta. Primo concerto senza figlio e marito. Due ore e mezzo di salti e canzoni urlate a squarciagola come facevo poco meno di 20 anni fa. Quanto tempo! E che sarà  mai, direte voi? Un’impresa, dico io. Perché questi 4 anni per me sono stati un bel calderone di cose molto belle, molto brutte e quindi molto complicate. Un’odissea tra gravidanza, nascita di Passero, malattia e morte del mio babbo, acquisto della casa, mutuo, lavoro prima precario e poi stabile. Uno slalom tra i normali tripli salti mortali miei e di Dolce Metà attraverso il sentiero tortuoso  della  conciliazione lavoro – famiglia.

Ma bando alle lamentele e torniamo al mio concertone. Un regalo inatteso da parte di miei tre cari colleghi. Un’occasione troppo ghiotta per non essere colta al volo. Senigallia, Caterraduno, Daniele Silvestri e loro pronti ad accompagnarmi. Insomma una coincidenza astrale ripetibile una volta ogni vent’anni.  Speriamo meno!

Complice la bella sera d’estate Dolce Metà  e Passero si sono organizzati  con una coppia di amici in campagna. Via allora al vecchio travestimento. Jeans di dieci anni fa. E per fortuna mi entrano ancora. Larghi e leggeri. Perfetti da concerto. Filo di trucco illuminate ma poco impattante. Maglietta per coprire le braccia a salsiccia post post post gravidanza, canotta “brilluccicosa” da sfoderare solo nei momenti più afosi e bui del concerto. Borsetta minimal e tutte le forcine che tengo in bagno per improvvisare, in caso di sudore grondante, una qualche coda di cavallo. Alla fine andare ai concerti è come andare in bici. Non si scorda mai.

Prima però aperitivo tra una fiumana di gente alla moda a passeggio davanti al fiume di Senigallia. A un certo punto mi sono accorta di guardarli con la faccia da extraterrestre o peggio Capitan America scongelato  dopo un sacco di anni di ibernazione. Una birra un po’ di patatine senza glutine… e sì, manco quello mi posso più godere e in pieno clima prepartita mi sono avvicinata. Le luci spente, l’afa di luglio, il Foro Annonario,  la gente chiacchierona che fa finta di nulla. All’improvviso i riflettori si accendono ed eccolo. Il caro Daniele. Le canzoni, colonna sonora della mia gioventù. Le più belle, cariche di ricordi ed emozioni ascoltate quando ancora non sapevo cosa sarei diventata, chi avrei amato, dove avrei vissuto. Due ore e mezzo tra una sana malinconia e tanta voglia di lasciare per strada le corde vocali mentre i poveri colleghi si erano già pentiti di quel regalo improvvisato. E tra un salto e un coro col sorriso a bocca spalancata ho pensato a Passero. Questa è la mamma che voglio essere e che sono per lui. Seria, normativa, accuditiva ma anche quella un po’ “cazzona”. La tardo adolescente a cui bastano una canzone,  un jeans strappato, una birra e qualche amico per sentirsi contenta in una sera d’estate. Quella che sa prendersi i propri spazi per essere ancora più felice di tornare da lui. Quella che sa che per essere complete bisogna prima ammettere la propria complessità e trovare un posticino speciale per ogni Annalisa che mi porto dentro. Perché prima di immergersi bisogna respirare. E visto che adesso ho capito che si può fare, credo proprio che questo sarà solo il primo di un lungo cartellone di concerti.

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