Sono sei anni che navigo nel mare dell’adozione. E prima di poter finalmente diventare mamma, ho frequentato corsi di formazione, affrontato esami e colloqui di ogni genere, prodotto caterve di documenti, aspettato in coda per ore negli uffici, incontrato gente esperta e meno esperta, genitori in attesa e neo-genitori. Nessuno, però, in quei due anni di ‘preparazione’, mi aveva mai messo in guardia dai numerosi ‘pericoli’ che ogni coppia, che ha scelto (per le ragioni più varie) di adottare uno o più bambini, corre nel momento in cui decide di imbarcarsi in questo ‘altissimo mare’. ‘Pericoli’ che, tuttavia, non riguardano specificamente le difficoltà di cui questa esperienza è foriera, come lo è, del resto, ogni esperienza – in sé sempre unica e speciale – legata alla genitorialità e… punto. No, nient’affatto. Ma ‘pericoli’ che derivano, piuttosto, dalla curiosità – spesso morbosa fastidiosa e irritante – della gente comune su un ‘mondo altro’ carico di mistero, perché ancora poco conosciuto dai più, considerato da un lato come un universo incantato, popolato di fate buone e fiabe a lieto fine, dall’altro come caratterizzato da un immaginario pieno di stereotipi, luoghi comuni e, spesso, grandi paure e pregiudizi. Insensati pensieri, generatori di catene infinite di domande, che talvolta ti fanno tanto ridere, ma talaltra ti spiazzano. Specie se, in quel momento, accanto a te ci sono i tuoi figli che ascoltano e ne comprendono benissimo il senso.

La sorpresa, poi, arriva ed è enorme quando scopri che certe domande sono, per così dire, dei cult intramontabili (e universali). Sono quattro anni, infatti, non più quattro mesi che me le sento rivolgere e non smetto di stupirmi. Ti chiama mamma? Ma come dovrebbe chiamarmi secondo lei, Signora Francesca? Lo so. Pare assurdo, ma dentro di me ormai rido (per non piangere), lo confesso. E ora mi diverto a rispondere: ormai ci ho preso gusto, devo ammetterlo.

Portano il vostro cognome? Sono cittadini italiani? Ma caspita, sto compilando il modulo dell’iscrizione a scuola e ho inserito il loro codice fiscale personale: quale cittadinanza mai dovrebbero avere? Vedrai che, adesso che hai adottato, resti incinta! Allora, mettiamo in chiaro una cosa: mai mettere limiti alla divina provvidenza, d’accordo; tuttavia ci sono dati scientifici certi e certificati contro i quali nulla può nemmeno la divina provvidenza. E poi, la nostra è stata una scelta meditata e consapevole: non un ripiego. Quindi, pazienza: ci sono tante strade per diventare genitori. La nostra è ‘solo’ una delle tante.

Si sa nulla dei genitori? Sono vivi? Beh, come vede sono qui, davanti a lei, viva e vegeta! Certo, ho qualche problema di salute; di tanto in tanto, entro ed esco dall’ospedale per qualche controllo e qualche intervento, ma sì, sono ancora viva, per fortuna. E spero di rimanere su questa terra ancora molto a lungo. Ma no! Che ha capito? Intendo i ‘genitori veri’: si sa nulla di loro? E i bambini hanno ricordi? E qual è la loro storia? La genetica è importante e non mente…

Allora, credo sia il caso di procedere con ordine e cominciare a mettere davvero i puntini sulle i. Innanzitutto, non sono fatta di plastica e nemmeno di gomma: siccome sono viva, sono pure vera. Forse si sta riferendo ai genitori biologici. Sì, ha capito bene; ci tengo a precisare: biologici, cioè genitori di nascita (o di pancia), non naturali. Perché non c’è nulla di innaturale nell’adottare un figlio. Una storia passata i miei figli ce l’hanno, come tutti. E quando vorranno, potranno conoscere ciò che di quella storia ancora non sanno o non ricordano più. Perché sì, hanno anche dei ricordi, come ce li hanno tutti d’altronde: fortunatamente non hanno disturbi della memoria. Il dna sarà pure un marchio infallibile, ma non le sembra strano che mia figlia sia quasi identica a me e mio figlio assomigli così tanto a mio marito?

Ah, ma quindi li avete scelti? Sembrano davvero ‘figli vostri’! Sì, come no! Abbiamo sfogliato interi cataloghi, del genere Postal Market, fitti di fotografie, e così abbiamo scelto e ordinato per corrispondenza i due bambini più belli, più sani e più simili a noi! Ovviamente, scherzo. Mi spiace deluderla, ma no: i nostri sono senza dubbio i bambini più belli del mondo, ma come tutti i bambini, non li abbiamo scelti. Che arrivino dalla pancia o in volo, i bambini non si scelgono. Mai. I bambini semplicemente arrivano. E mi dispiace, ma sono nostri, più nostri che mai. Io ho perfino dimenticato da tempo di non averli partoriti. Però, a questo punto, visto che ci siamo, è lei che deve togliermi una curiosità: i figli biologici sono di proprietà di chi li genera? Perché sa, detto tra noi, mi viene un dubbio: sono quasi convinta che nessuno sia di nessuno.

Li avete adottati già grandi? Ma parlano italiano? Proprio perché non li abbiamo scelti, i nostri bambini sono arrivati che già camminavano sulle loro gambe, ma non per questo erano grandi. I bambini sono… bambini! E poi, mi dispiace deluderla, ma sì, parlano pure un discreto italiano (anzi, ben più che discreto), scrivono addirittura poesie in rima e hanno un accento così colorito e cadenzato che definirlo ‘barese’ mi sembra riduttivo.

Ma i suoi figli sanno di essere stati adottati? A quanti anni li avete presi? Sono fratelli? Beh, i bambini non sono oggetti da prendere e trasportare come pacchi dovunque si voglia: avevano 6 e 7 anni quando… li abbiamo abbracciati e presi per mano per la prima volta. Non soffrono di disturbi della memoria, gliel’ho già spiegato; quindi, certo che sanno di essere stati adottati. E poi, anche se fossero stati più piccoli, l’adozione è una cosa di cui vergognarsi tanto da doverla tenere nascosta? Ogni essere umano ha il diritto di conoscere la propria storia. E ancora sì, sono fratelli.

Ma… fratelli fratelli? Questa espressione, giuro, mi fa davvero ridere; non so perché ma mi fa venire in mente le tartarughe ‘caretta caretta’: una meravigliosa specie da proteggere, perché purtroppo è ormai in via di estinzione. Ad onor del vero però, tecnicamente i miei figli non sono ‘fratelli fratelli’: sono fratello e sorella. Nello stesso tempo, però, lo sono, perché sono fratelli di pancia.

Eppure è strano: sono diversi, uno è bruno, l’altra è bionda. Cosa vuole insinuare, scusi? Forse che nemmeno mio fratello ed io siamo fratelli biologici? Lui è bruno alto con gli occhi scuri, io sono bionda bassa con gli occhi verdi. Questi sono i miracoli della genetica! E allora, vede che non mi sbaglio? La genetica ha sempre ragione. Io le dico, invece, che c’è un legame più forte della carne e del sangue: è il legame del cuore. Che, di solito, ha sempre ragione. E conosce ragioni che nemmeno il sangue e la carne.

Che bella cosa avete fatto, comunque! Non c’è che dire: proprio una grande opera di bene! Anche noi avremmo voluto adottare, ma non è stato possibile. E allora abbiamo adottato un bambino a distanza. No, scusi un attimo. Chiariamoci: quello, in realtà, è sostegno a distanza, non adozione. Sostengo bambini a distanza da dieci anni, quindi so di che parlo e mi creda: quella non è adozione. L’adozione è un atto d’amore, non un’opera di beneficenza. E non è nemmeno volontariato. È una scelta di vita. Ed è per sempre.  «Madre  – scrive la poetessa russa Marina Ivanovna Cvetaeva (1892-1941) – non vuol dire parto e frattaglie, madre è colei che al buio ti tiene stretto e racconta, madre è quella che ti distrae dalla paura». Essere madri ed essere padri è una scelta concreta, che si rinnova ogni giorno. A prescindere dal parto.

Quindi non potete riportarli indietro? Ma indietro dove, scusi? I figli biologici si possono trasformare, al contrario, in spermatozoo ed ovulo, una volta venuti al mondo? Si possono per caso rimpicciolire e rimettere nella pancia? Ripeto: un figlio è per sempre. Ogni bambino ha diritto ad avere una mamma e un papà per crescere, ognuno con la sua storia, che è sua e solo sua deve restare.

Anzi, già che ci sono, le confido un segreto. La verità è che ci si adotta a vicenda. E si genera ogni giorno, nell’amore. Qualche sera fa il mio figlio più piccolo si è lanciato in una commovente dichiarazione d’amore: «Voi mi piacete: siete i miei bei e amati genitori. Starò con voi per sempre e, quando non ci sarete più, mi siederò accanto alla vostra tomba e vi farò compagnia». Come vede, l’adozione dei genitori da parte dei figli è la migliore risposta possibile a tutte le domande. Risposta dinanzi alla quale perfino la genetica è costretta a tacere.

P.S. L’elenco potrebbe continuare all’infinito. Sulla diversità del colore della pelle, poi, il campionario di esilaranti e/o sconcertanti freddure e domande si allarga a dismisura. Per questo ed altro ancora lascio che a raccontare siano le parole di Paola Strocchio, Stupidario sull’adozione. Tutte le domande che non avreste mai voluto ricervere, Torino, Bradipolibri Editore, 2016.

N.B. L’immagine di copertina è opera della mia amica Genni Caiella, che ringrazio: perché è capace di trasferire sulla tela, con levità e delicatezza, anche immagini di grande dolore. Per il titolo di questo post sono invece, ancora una volta, in debito con mio marito.

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