Non è che l’avesse scelto ma le cose erano andate così.
Si era laureata in Medicina Veterinaria nel 2009 e già dopo pochi mesi le era stato chiaro che per trovare lavoro doveva avere una partita iva prima che una laurea.
E anche se a lei la parola Iva le faceva fare strane associazioni di pensiero, le veniva in mente la Zanicchi degli anni 90 e il programma “ok il prezzo è giusto”, la aprì senza porsi troppe domande.
In ogni caso, nonostante le insicurezze iniziali, quel codice divenne il suo status symbol, il segno visibile della sua condizione, quei numeri cifrati esclamavano : “non sono disoccupata, io sono una libera professionista!”. Proprio libera peró non lo era, perchè inizió a lavorare a progetto per un ente pubblico, con orari fissi e un calendario determinato che non prevedeva assenze nè per malattia nè per ferie, ma per fortuna lei era giovane e sana e alle ferie non ci pensava proprio. Per un periodo lavoró anche a nero ma potè farlo solo grazie alla partita iva, perchè, come le spiegó il suo titolare, se avessero fatto un controllo sul luogo di lavoro lei avrebbe potuto sempre esclamare: “sono una libera professionista” e mostrare all’ispettore di turno la sua partita iva. In ogni caso, si sa, i primi anni per i neo laureati sono così, anzi lei doveva ritenersi abbastanza fortunata. Così lei ci mise poco a capire che la strada da intraprendere era quella dell’attività in proprio dando finalmente il vero significato alla parola ‘libera professione’.
Passarono un pó di anni durante i quali la sua attività crebbe e finalmente lei si poteva permettere due viaggi all’anno, il mutuo per l’acquisto della casa e qualche sfizio vario. Insomma la partita iva, sembrava essersi rivelata la scelta vincente. Poi, qualche mese fa, il pancione che ormai non ci stava più dentro al camice la obbligó a lasciare il suo lavoro: nasceva sua figlia.
Per chi svolge la libera professione è difficile lasciare il proprio lavoro per diversi motivi: primo c’è la sensazione di essere insostituibili, perchè si viene scelti per le proprie capacità intellettive. “Sai ho un’udienza domani” mi ha detto un’amica avvocato che aveva partorito da solo due mesi, “e il mio cliente si aspetta che ci vada io, non posso farmi sostituire”. Invece ci si sente sostituibili come madri, la propaganda di biberon, culle meccaniche e schermi televisivi ci ha persuase che alla fine possiamo tornare al lavoro tranquille e che non siamo necessarie a nostro figlio. Un altro dei motivi che rende difficile la scelta di prendersi del tempo per la maternità è l’assenza di un sussidio economico adeguato, “dopo una settimana dal parto ero già in piedi che operavo” mi ha detto una collega veterinaria ” ho le rate del mutuo da pagare non potevo fare altrimenti”. Infine c’è la paura di perdere la posizione raggiunta e dover ricominciare da zero. “Io con ancora i punti di sutura del parto cesareo ero già al computer per finire il progetto. Non me lo garantisce nessuno il mio lavoro, chi mi dice che tra sei mesi sceglieranno ancora me e non un’altra?” mi ha detto tempo fa Alice, un’amica ingegnere.
Dopo averci messo tanto impegno e passione nel proprio lavoro e aver dimostrato che la professionista donna è uguale al professionista uomo non è facile viversi liberamente la propria maternità e riuscire a scegliere quanto tempo dedicare al neonato. Se lo Stato mettesse a disposizione dei sussidi seri (non di certo il bonus bebè) per entrambi i genitori la donna avrebbe un’indipendenza economica che le permetterebbe di scegliere liberamente e l’uomo potrebbe svolgere con tranquillità il ruolo importante di padre. In questo modo la nascita e la crescita sarebbero un fatto della collettività e il ruolo di genitore sarebbe senz’altro riqualificato.
Lei guardó sua figlia che dopo aver allattato le stava sorridendo e, forse per via degli ormoni, sentì che aveva bisogno di un tempo più lungo per questo evento, per poter tornare a lavorare serenamente, senza sensi di colpa, pensieri strani o distrazioni. Poteva scegliere perchè lei era fortunata, al posto dello stato c’erano suo marito e suo padre che la sostenevano economicamente. Decise di non lavorare fino al compimento dell’ottavo mese della piccola, le sembrava il tempo giusto per entrambe, per poterla allattare, per insegnarle a mangiare e per potersi emozionare per tutte le sue prime volte. D’altra parte è stato dimostrato che la felicità di una persona dipende dalla qualità delle sue relazioni sociali e quella con sua figlia era tra le più importanti.
Non sa come andrà il suo lavoro, a volte quando ci pensa si preoccupa, ma tra due mesi tornerà ad occuparsi della sua professione. Per ora anche se nelle statistiche non risulta disoccupata è senza lavoro, anche se non ha nessun profitto paga le tasse e i contributi, anche se rasenta i livelli di povertà rimane sempre una professionista.
È riuscita a scegliere nonostante tutto e, nonostante sia una mamma con la partita iva, è felice.
E.

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