E no che non sei speciale a essere madre. Partoriscono i gatti, i cani, i cavalli. Le rondini e la galline covano le uova. Quella pancia che cresce spesso ti rende invisibile agli altri. Nessuno chiede come stai. Chiedono come sta quello che porti dentro. Non c’è nessuna specialità nel dare alla luce un figlio, lo fanno da secoli. In casa, in ospedale, per strada. E dopo? Bisogna annullarsi e ricostruirsi. Bisogna rinascere. E’ speciale? No. E’ naturale.

Si comincia dal proprio corpo. Che cambia, che almeno all’inizio non è più tuo, ma suo. Il seno, la pancia, le mani. Il seno serve per allattarlo, la pancia diventa un cuscino per farlo dormire, le mani tremano quando lo cambi per la prima volta e tremeranno ogni volta che avrai paura si sia fatto male. Poi il tuo corpo non starà più da solo. Devi fare la pipì, la cacca, ti devi depilare, farti la doccia, asciugare i capelli? Avrai sempre un piccolo parrucchiere intorno, uno che ti tiene la mano perché “la cacca è dura mamma”, che se non entra in doccia con te dovrà per forza lavarti la schiena con la spugna.

Si continua con la testa. All’inizio ti sembra che possa essere piena soltanto di quello che poco prima tenevi nella pancia. I tuoi interessi saranno annullati da lui. Le tue abitudini stravolte, i tuoi principi andranno a cagare. Penserai a dormire. Stop. E se dormirai penserai a qualcos’altro che non ti sembra funzionare. Sarai ansiosa, allegra, triste, paranoica, sarai in modalità robot e subito dopo in modalità “sti cazzi”. Quando tornerai a lavoro penserai: “Vorrei stare con mio figlio”, quando sarai con tuo figlio penserai: “Non riesco più a dare il mio meglio sul lavoro”. A volte ti sembrerà di non sopportare le altre madri. Altre volte non sopporterai le donne senza figli. Molto ma molto spesso, non sopporterai la tua di madre: “E’ viziato, sei troppo severa, non devi mandarlo all’asilo, bisogna che socializzi di più, guarda troppa tv, ma che c’è di male a guardare un cartone…”

E la coppia? Mica roba da poco pure quella. Eravate meravigliosi, in piena sintonia, il bianco e il nero, ascolto e discussione, jin e jang. Ecco, riguardali in foto quelli di una volta. Che adesso si arrabattano per trovare dieci minuti in cui l’argomento di discussione non sia il figlio. Che invece di andare alla mostra d’arte vanno al negozio di giocattoli perché “dai, compriamola la pista delle Hot Wheils che gli piace un monte”. E che la sera a letto ci proverebbero pure a stringersi se nel mezzo non ci fosse il pupillo (e pure il gatto). E quando il pupillo non c’è, madonna quanto manca quel viso che si addormenta lisciandoti i capelli.

Non c’è niente di speciale nell’essere madri. Si diventa sceme. Esci scema per i suoi baci, diventi matta per i suoi capricci, scema scema per le risate che solo lui sa farti fare e quindi ogni tanto, sciocca madre, ci credi che sei speciale.  Per il modo che ha di guardarti, la fiducia piena che prova per te, per uno stupido gioco degli aeroplani, le favole che gli inventi la sera, le bolle fatte in terrazza, per quelle parole: “Mamma, tu sei mia. Mia mamma”.

Alessandra Bravi

 

 

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