Sono giorni strani questi.

In cui cado dalle nuvole perché mi accorgo che mio figlio ha imparato a tagliare e io non lo sapevo. Le forbicine per le unghie sono sul tavolo, Pietro le prende in mano e prima che io cominci a scapicollarmi per evitare che si faccia male, lui tranquillamente inizia a tagliare il foglio. “Amore, ma sai usare le forbici? Quando hai imparato? “Ma mamma, all’asilo, con le maestre. E con David, il mio amico… mi dici che sono bravo?” Sì amore mio, sei bravo. Io, un po’ meno.

Sono giorni in cui capisco che il mio lavoro è un naturale impedimento alla mia vita di madre. E che la mia vita di madre è un naturale impedimento al mio lavoro. Lo dico senza nessuna polemica, senza nessun vittimismo, col massimo rispetto per chi un lavoro non ce l’ha. Io esco di casa presto al mattino, porto Pietro all’asilo ed entro in redazione. Ne esco intorno alle 18.30-19, a volte passo a fare la spesa e rientro a casa. Giochiamo un po’ insieme, mentre io cucino, lui guarda i cartoni animati. Mangiamo, giochiamo ancora un poco e andiamo a dormire. Spesso io sono stanca, stanca morta e dopo un paio di fiabe crollo nel lettino accanto a lui.  Poi, quando torna Carlo, a sera inoltrata – anche lui fa il giornalista – mi trascino in camera nostra. La mattina dopo, si ricomincia. E le notizie non hanno orari. Escono quando vogliono, non conoscono cene o figli. Per fare un buon lavoro, questo lavoro, come si dice in gergo, “bisogna stare sul pezzo”. E io a volte, sul pezzo non ci sto.

Giorni in cui leggo di sondaggi sulle mamme il cui succo é: le madri di oggi sono protettive, al limite dell’ansia, ma sono assenti, rispetto a quelle di una volta. E maledico quei fiorentini che hanno dato quella risposta perché lì in mezzo, cacchio, mi ci sento in pieno anche io.

Giorni in cui mi imbatto in un post di una mamma che racconta come sua figlia di 3 anni e mezzo sappia già scrivere. E penso: si vabbé… La bambina a due anni ha cominciato a ricopiare le lettere che i genitori scrivevano su un quaderno, ora a tre e mezzo scrive. Ed io che mi sentivo di avere un figlio geniale perché sa riconoscere  la P di Pietro, la M di mamma e la B di babbo… Comunque, torno a casa e faccio una prova, memore delle forbicine dell’altro giorno. “Pietro giochiamo alle lettere e proviamo a scrivere il tuo nome?” “Siiiiiii”. Io scrivo la P e lui prova a rifarla. Oh, la rifá. Prima con la pancia a sinistra, poi con la pancia a destra. Quando arriviamo alle E, dice pure “E di zia Elena”. Io balbetto: “Ma quando hai imparato?”. “Ma mamma, con te e con babbo”.

Giorni in cui Pietro mi dice con occhi adoranti: “Allora mamma oggi stiamo tutto il giorno insieme?”. E io mi sento così bene a passare una mattinata all’asilo, andare al parco, appisolarsi il pomeriggio, fare i castelli alla spiaggia sull’Arno, godere di un aperitivo con la mia vicina di casa e l’amica di Pietro riuscendo a fare anche conversazione senza rispondere a monosillabi.

Giorni in cui Pietro si sveglia la mattina e mi dice: “Oggi si va a Lucca dai nonni?” “No amore, perché mamma lavora anche domani, sabato, che é stata libera ieri” “Ma mamma… Ci vado io dai nonni”. “Da solo?” “Con il nonno. Mi ci porta lui”. “Si, ma dico, senza mamma?” “Ma si, tanto vieni a prendermi domenica vero?”. Si amore mio, vengo a prenderti domenica. Ma tu, figlio mio, quando hai imparato ad andare a Lucca senza di me?

Alessandra Bravi

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