Tante volte mi guardo indietro e quasi non mi sembra vero. Non mi sembra vero che sia già passato un anno dalle 09.58 di quel sabato 21 marzo, dal nostro primo incontro. Mi vedo ancora lì, immobile su quel letto d’ospedale a causa del cesareo, ad aspettarti. Mi vedo con i parenti e gli amici che mi circondavano e un po’ stordivano per non farmi sentire la tua assenza, mentre dentro mi sembrava di scoppiare. Sento ancora la gola secca perché dopo il taglio cesareo non puoi bere per molte ore; sento le fitte nella pancia mentre mi rigiravo nel letto senza riuscire a prendere sonno. Sento le lacrime che mi rigavano il viso mentre vedevo la mia compagna di stanza accarezzare e allattare il suo bambino, e la mano di tuo padre che stringeva la mia per passarmi la sua forza. Sai Pietro, sei probabilmente la prima persona che è stata capace di farmi provare invidia per qualcun altro.

Dopo dodici interminabili giorni ti abbiamo portato a casa. Ricordo ancora tutta quell’eccitazione: sembravamo noi i bambini, così felici e impacciati. Ti abbiamo posizionato tra i nostri corpi, con quella tutina di ciniglia arancione con cui sembravi un pompiere, e abbiamo scattato la prima foto insieme. La prima foto della nostra nuova famiglia. Da quel giorno, da quell’immagine, mi sembra invece che sia passata una vita intera. In questi 365 giorni ti ho accompagnato attraverso talmente tanti cambiamenti, al punto che per un verso mi sembra che il tempo sia trascorso lentissimo. Ho vissuto tutte le tue prime volte: il primo bagnetto e il primo viaggio in treno, la prima volta che hai assaggiato la pappa (e pensare che ora ti mangi pure le tagliatelle al ragù che fa mia mamma!), il primo dente e la prima volta che hai messo i piedi sulla sabbia. Ho ascoltato le tue prime parole, il suono dei tuoi pianti e quello delle tue risate.

È stato l’anno più bello e pieno della mia vita, ma per altri versi anche il più difficile. Perché oltre a stare al passo con i tuoi cambiamenti, ho dovuto fare i conti con tutti quelli che il tuo arrivo ha portato nelle nostre vite. Ho scoperto che essere mamma può farti sentire un giorno la persona più appagata al mondo e il giorno dopo frustrata e annullata nel vortice della relazione madre-figlio. Ho scoperto che, per due persone che si amano, è facile perdersi nel passaggio da coppia a famiglia e bellissimo ritrovarsi. Ho scoperto che, appena diventata mamma, non mi sono mai sentita così figlia.

Mai come in questo ultimo anno ho avuto bisogno del calore della mia famiglia. Forse perché la maternità ti fa sentire il peso di così tante responsabilità che io, per non venirne schiacciata, ho cercato spesso di rifugiarmi nella dimensione più leggera dell’essere figlia. O forse perché quando, più di ogni altra cosa, avrei desiderato il sostegno della mia famiglia, non l’ho avuto. Nei primi mesi della mia gravidanza sono stata messa sotto pressione. “Non avete un lavoro, dovete ancora finire di studiare, come farete a mantenere un bambino?”. Queste frasi correvano impazzite nella mia testa, non riuscivo a gestirle. Credevo che ce l’avremmo fatta, che avremmo dato il massimo per garantirti tutto ciò che meriti, ma non riuscivo a smettere di tentennare. Pensavo che, se tutti mi parlavano in questo modo, forse davvero non eravamo all’altezza di quello che ci stava succedendo. Poi, però, ho capito che non era così. L’ho capito perché, in quel periodo, molte persone mi chiedevano “Ma voi un figlio l’avete cercato o è capitato?”. Ho odiato dal profondo del mio cuore questa domanda, ma in fondo le devo qualcosa. Io rispondevo “È capitato”, ma non ero per nulla convinta della mia risposta. È vero, Pietro non lo abbiamo cercato. Però credo anche che i figli non capitino. I figli non sono niente prima che noi li facciamo, e se arrivano è perché noi li abbiamo lasciati arrivare. Io ho lasciato che Pietro arrivasse perché in realtà lo volevo.

In quel periodo prendevo spesso il treno. Viaggiavo sui regionali tra Roma e Arezzo e, per non pensare, ascoltavo tanta musica. I pensieri, però, non sempre li puoi relegare e, più mi sforzavo, più questi facevano capolino nella mia mente sotto forma di immagini. Una volta mi è successo come quando, in una mattina invernale, vedi gli alberi spogli. Ti sembra siano tristi, allora chiudi gli occhi e non puoi fare altro che immaginarteli gonfi di vita e di colore, pieni dei fiori portati dalla primavera. Quella volta, in treno, ho chiuso gli occhi. E immaginando i tuoi, ho capito che non avrei potuto fare a meno di te. Grazie per essere il mio colore. Grazie per essere stato la mia primavera.

Buon compleanno amore mio!

Agnese F. 

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