Quando ero piccola, io mia mamma l’adoravo. No anzi, la veneravo. Bella, bellissima. Quando ci vedevano insieme le dicevano sempre che sembrava  mia sorella, non mia madre. Era così. Bella,  dolce,  presente. L’altro giorno raccontavo a Carlo di come, in prima elementare, io per i primi due mesi, non riuscissi a leggere neanche una lettera. Mi si confondevano nel cervello, mi bloccavo, mi veniva da piangere. La maestra sapeva solo dirmi che dovevo sforzarmi, ma io mi sforzavo. E non riuscivo. Mia madre disegnò un mondo per me, fatto di cartoncini con le lettere e gli animali e tutti i pomeriggi facevamo delle storie. Fu così che cominciai a leggere. Grazie alla sua pazienza.

A volte però la sua pazienza si scontrava con il nervosismo. Scaturito dal lottare con i miei nonni che per me volevano una cosa e lei un’altra, con mio padre che per lavoro non c’era mai, con me e il mio essere piagnucolona, timida, mai combattiva, con i mal di testa molto frequenti e molto fastidiosi. Ma io, a 4, 5, 6 anni non capivo le motivazioni. Vedevo solo mia mamma che per un po’ smetteva di essere lei. Se andava bene, si chiudeva a riccio, i suoi occhi smettevano di ridere e non aveva voglia di fare niente. Se andava male, mi brontolava per qualsiasi cosa. E più brontolava, più io diventavo lagnosa, antipatica, cattiva.

Ecco, quella stessa dinamica succede ora a me e mio figlio. Per carattere sono sempre stata abbastanza paziente, ma se per caso, la pazienza la perdo, divento una bestia. Con gli amici, sul lavoro, con la mia famiglia, il mio compagno. Ora, anche con Pietro. La perdita della pazienza la vedi prima di tutto dal tono della voce: serio, arrabbiato, impostato, sordo. La voce diventa sorda quando stai per perdere le staffe.

I suoi capricci (tutta la torta, il latte così no, l’asilo non ci voglio andare, i denti non li lavo, le mutande le voglio così ecc…) sono un balsamo per l’ira pronta a esplodere. Ma con un figlio, l’ira mica la esplodi… la implodi. E allora l’unico sistema diventa il brontolio per tutto, quello sommesso, da acqua che bolle in pentola. Quello logorante. La perdita di pazienza ti passa anche dentro le mani (soprattutto se ci metti il ciclo e un gatto che ti sta facendo pipì ovunque e che neanche l’antibiotico contribuisce a fermare), mani che stropicci tra loro perché uno scapaccione per nervosismo non l’ho tirato e non lo tirerò. Ma le urla, oh che urla, escono dalla mia bocca…

Poi lui ti guarda e ti dice: “Mamma, ti stai arrabbiando?”. Eh sì, Pietro, mi starei proprio arrabbiando, ma non solo con te, anche con me. Forse, soprattutto con me. Che ancora, a 36 anni, non ho imparato a farmi un bel serbatoio di pazienza, che lo dicono tutti no? E’ la virtù dei forti. Poi rivedo me a 4, 5, 6 anni che guarda sua madre e non capisce le motivazioni del suo nervosismo. Anche tu, Pietro, come me, le capirai negli anni, ma intanto la tua adorazione, semplice e perfetta come quella che io provavo per mamma, si guasta. Per un attimo, un attimo solo, ma anche tu un giorno, ricorderai le mie perdite di pazienza. E di questo un po’, mi dispiaccio.

Alessandra Bravi

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