Questo post non lo scrivo per te, Pietro. Lo scrivo per quei bambini che riempivano il reparto della Tin (terapia intensiva neonatale) quando ci sei arrivato anche tu, il 21 marzo. Lo scrivo per quelle mamme che – come me – guardavano l’acqua sporca del Tevere e la primavera che iniziava a riabbracciare Roma da quelle finestre, nei tempi di attesa che ci separavano da voi. Lo scrivo perché oggi, 17 novembre, si festeggia la giornata mondiale della prematurità. E voglio proprio dire “si festeggia”, non “ricorre”, “cade”, perché anche i bambini prematuri hanno il diritto di essere festeggiati.

Sono quelli arrivati troppo presto, per la precisione prima della 37ma settimana di gravidanza. Sono quelli che il papà non può prendere subito in braccio e che la mamma non può attaccare al seno. Sono minuscoli, Pietro, e spesso vengono intubati. So molte cose di loro, anche se non li ho mai veramente guardati. Nel reparto di neonatologia in cui eri ricoverato, ogni sera dalle sette alle otto possono entrare i parenti a vedere i bimbi. Una folla di teste e cappotti, di nasi appiccicati al vetro per scrutarvi meglio. Quando li raggiungevo e aspettavo il mio turno per entrare in Tin, mi dicevano tutti la stessa cosa: «Ma li hai visti Agni?! Sono troppo piccoli, che impressione». No, io non li ho visti. E non perché avessi paura che mi facessero “impressione”. Non li ho visti perché avrei avuto la sensazione di violare un’intimità che non mi apparteneva. Quei bambini, all’epoca, avrebbero dovuto trovarsi ancora nelle pance delle loro mamme, sguazzare caldi nel liquido amniotico e crescere, crescere ancora un po’. E chi ero io, Pietro, per guardare dentro quelle pance? Nessuno. Solo oggi so come sono fatti. Li vedo dalle foto che scattano le loro mamme e ora sì che mi sento in diritto di guardarli. E soprattutto mi sento così felice da stupirmene ogni volta.

Gli vorrò sempre bene a quei piccini, perché anche se non saranno più parte della mia vita, lo sono stati in un momento troppo importante e delicato. Sono stati un esempio, un segnale. In quel reparto ho respirato la loro forza, la loro caparbietà nel tenersi stretta la vita mentre i loro corpi erano troppo piccoli e deboli anche solo per muoversi, anche solo per prendere il latte dal biberon. La loro forza mi ha aiutata a ritrovare la mia, quando la prima notte dopo la scoperta del tuo pneumatorace mi è sembrato di impazzire. Ho fatto un errore quella notte, ho aperto le porte alla paura e l’ho lasciata prendersi gioco di me. Ho incolpato me stessa per quello che era successo, mi sono detta «Se è nato con questo problema è tutta colpa mia, perché l’ho partorito io». Avevo bisogno di puntare il dito contro qualcuno o qualcosa per trasformare la paura in rabbia. Solo che a volte non ci sono colpevoli ma solo destini che ti piombano addosso. E il destino è un’entità troppo astratta per potergli inveire contro. Poi mi sono fermata e, invece di continuare a cadere, lentamente mi sono rialzata. Oggi voglio dire grazie ai piccoli guerrieri della Tin, per avermi insegnato a rialzarmi e a sorridere al mio destino.

Agnese F. 

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