Sono giorni che penso a cosa vorrei scrivere. Me lo domando e ridomando, scacciando la risposta che fa capolino nella mia testa.

La scaccio perché, in realtà, vorrei scrivere delle mie difficoltà. Forse siamo talmente abituati a ricevere un’immagine zuccherosa della maternità, che quasi ci sentiamo in colpa a parlare dei suoi lati più “ostili”.

Invece oggi voglio farlo. Ho aperto il mio computer e questa pagina bianca per sfogarmi. Per scrivere quanto, in certi momenti, fare la mamma mi sembri così impegnativo, totalizzante e oneroso. All’improvviso, mi sono ritrovata a gestire le mie giornate in modo completamente diverso. Nei tuoi primi mesi di vita, Pietro, sei stato un bambino buonissimo, di quelli che tutte le altre mamme ti invidiano perché mangiano e dormono.

Dopo i dodici deliranti giorni del tuo ricovero prima in terapia intensiva e poi in patologia a causa dello pneumotorace, arrivò finalmente il tempo della nostra felicità. È stato un tempo fatto di distensione, di riposo dopo la tempesta. Un tempo di tranquillità, di libri letti accanto a te che sonnecchiavi nella culla, di progetti per l’estate che stava iniziando.

Oggi, sento che il mio tempo è cambiato. Ed è scandito dalla frenesia, dalla corsa. La sensazione che più mi accompagna nella routine quotidiana è quella di fare tutto e quindi niente. Nonostante tutte le lavatrici, ho sempre una pila di vestiti minuti da lavare. Ho sempre un bavaglino da smacchiare, un ciuccio da sterilizzare, un lenzuolo da cambiare e un biberon da riempire.

Adoro allattarti, quell’intimità che mi rende – non so ancora per quanto – il centro del tuo mondo. So che riconosceresti il mio odore tra milioni di persone e constatare che il mio corpo sia ancora in grado di contribuire al tuo nutrimento mi riempie di orgoglio. Ma se prima dopo le poppate notturne ricadevi nel sonno gonfio di sazietà, ora spesso non ne vuoi sapere di dormire e ti diverti ad afferrare il mio naso e la mia bocca, quasi mi volessi tenere sveglia a farti compagnia.

Stai crescendo, Pietro. Sei piccolo ma sei già cresciuto e cambiato così tanto. E se prima eri solo un neonato da accudire, oggi sei un bambino da gestire e lo sarai sempre di più.

Spesso ho le braccia indolenzite perché ormai vuoi stare sempre in braccio e non hai idea di quanto pesi; quando ti svegli dopo il riposino pomeridiano vuoi giocare, mangiare, gorgogliare e io devo smettere di lavorare. A volte è frustrante, Pietro. Sento di dovermi occupare di altro, di dovermi impegnare per trovare una stabilità lavorativa, ma non sempre mi è possibile. Mi manca il tempo, le giornate mi sfuggono dalle mani. E forse è questo a pesarmi più di tutto. Quando sei nato sentivo di dover pensare solo a te. Di dover essere solo la tua mamma, quella che finalmente ti aveva portato a casa. Ora sento di dover e voler essere anche altro: la giornalista che ama lavorare, il fianco e la spalla su cui anche tuo padre ha bisogno di poggiarsi, la ragazza che non perde tutti i compleanni festeggiati dalle amiche. Devo imparare a tenere insieme tutti i pezzi di me, essendo sempre e prima di tutto la tua mamma.

Da pochi giorni hai iniziato a mangiare la pastina. Fai ancora un po’ fatica a masticarla, quando deglutisci le tue smorfie mi fanno trasalire dalla paura. E subito dopo ricacci fuori tutte le stelline che non sei riuscito a mandare giù. In quei momenti penso che tutto questo non importa, Pietro. Perché la mia felicità è la tua bocca piena di stelle. 

Agnese F.

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