Il 15 ottobre è stata celebrata la Giornata internazionale della consapevolezza del lutto perinatale. Tra le tante iniziative organizzate per l’occasione, una mi è parsa particolarmente significativa. Alle ore 19 in punto un’onda di luce ha investito l’intero pianeta, illuminando via via tutti i paesi del mondo, un fuso orario dopo l’altro. Nelle case e nelle piazze del globo ogni partecipante ha acceso una candela bianca, che insieme alle altre ha continuato a brillare per un’ora, in ricordo di tutte quelle piccole ma splendenti luci che, seppure per breve tempo, hanno rischiarato la vita di tante mamme e tanti papà. Un gesto simbolico per sentirsi uniti, anche se per un’ora sola, dinanzi a un dolore sordo e profondo che invece troppo spesso allontana ed emargina, perché rimane incompreso. Io però sono arrivata tardi. Ho appreso la notizia dell’iniziativa solo quando, a sera inoltrata, ho parlato con la mia amica D., che insieme a suo marito e a sua figlia aveva appena spento la fiamma fatta brillare in memoria di Bianca, la sua bimba andata via troppo presto. Bianca: un destino di luce già inscritto etimologicamente in questo bellissimo nome, scelto per lei dai suoi genitori quando avevano saputo che c’era, quando avevano visto le sue manine e i suoi piedini muoversi e sentito il suo cuore battere fortissimo. Una luce che aveva finalmente cominciato a sfavillare nella loro vita di coppia dopo tanti anni e tanti tentativi falliti. Una luce piccola, ma potente, che ha continuato a splendere anche quando le sempre più dolorose e violente emorragie erano diventate inarrestabili, le visite ginecologiche quotidiane e la consapevolezza dell’inevitabile saluto sempre più nitida. D. aveva capito tutto ed era pronta a lasciarla andare: dentro di sé sapeva che la vita di Bianca non sarebbe finita lì; era certa che il suo grembo l’aveva custodita fino a quel momento perché quella luce, piccola ma abbagliante come una cometa, potesse indicarle la strada. Una strada più lunga e tortuosa sì, ma certamente illuminata da una luce ancora più fulgida: in fondo a quel tunnel, infatti, c’era V. a brillare più forte. E D., che ormai era mamma e mamma voleva ad ogni costo restare, non aveva intenzione di aspettare oltre. Non poteva più sopportare che entrambe le sue figlie fossero lontane. Così, guidata dal richiamo di quella fiammella, insieme a suo marito è partita alla volta di una terra lontana in cerca del faro della sua vita. Non si è lasciata sopraffare dal dolore, ma lo ha ascoltato e accolto, trasformandolo in qualcosa di molto più grande. Non vi è rimasta imbrigliata: con quei lacci ha invece tessuto la trama di una meravigliosa storia di luce. E adesso il suo amore per Bianca rivive ogni giorno, più luminoso e moltiplicato per due, nell’amore per la piccola V.

«Sono troppo convinta che la vita sia bella pure quando è brutta, che nascere sia il miracolo dei miracoli, vivere: il regalo dei regali. Anche se si tratta di un regalo molto faticoso, molto complicato, a volte doloroso», ha scritto Oriana Fallaci nella sua celebre Lettera a un bambino mai nato. È così: dietro le grandi storie d’amore spesso si nascondono storie di grande dolore. Come quella di D. e di tutte le donne che con immenso dolore devono lasciar andare via, una o addirittura più volte, quella piccola luce che per un poco in loro ha brillato e per la quale tanto a lungo hanno lottato e sofferto.

La sera del 15 ottobre sono arrivata tardi. Le ore 19 erano passate da un pezzo, sicché non ho potuto accendere le mie due candele per celebrare quelle piccole luci che avevo atteso ardentemente per anni. Le avevo sognate e accarezzate nei miei sogni, anche in quelli ad occhi aperti. Finché un giorno dell’estate 2011, inaspettatamente, mio marito ed io riuscimmo finalmente a vederle, quelle due piccole luci. E non ci sembrava vero. Non ci sembrava vero che fossero lì, davanti a noi, tonde e perfette come due more, minuscole eppure pulsanti di vita. Per questo le avevamo chiamate ‘A-morine’, nell’attesa di conoscerne il sesso. Non ci sembrava vero no, dopo quel doppio lungo e brutto taglio sulla pancia, l’emorragia interna e la paura di non riaprire gli occhi dopo la seconda anestesia generale a poche ore dalla prima. Non ci sembrava vero dopo tutti gli altri interventi, gli esami e le cure, le visite e i ricoveri che ne seguirono; dopo tutti quegli ospedali diversi, tutti quei medici giovani e meno giovani, luminari in Italia e all’estero, e tutti quei discorsi e quei consigli, in cui noi avevamo finito per riporre ogni speranza, ma che loro infarcivano di retorica spicciola, accompagnata talvolta da battute sarcastiche, toni maleducati e perfino ghigni beffardi che facevano male quasi quanto i valori non buoni riportati sui referti. Dopo tutto questo non ci sembrava vero, no. Eppure quelle due lucenti gocce di vita finalmente erano lì a splendere per noi, che per la gioia non riuscivamo più a trattenere le lacrime. Apparivano così belle e perfette che quasi non ci sfiorava l’idea che non potessero farcela. E invece, quasi subito, il responso negativo ci piombò addosso, spietato e doppio. La sofferenza che provocò è ancora oggi indicibile. Intorno a noi calò un buio pesto, nel quale non riuscivamo a vedere altro che quelle due piccole luci, che pian piano andavano spegnendosi insieme alle nostre speranze di diventare genitori. Finché, all’improvviso, un giorno tutto ci apparve inspiegabilmente più chiaro. Quelle piccole luci non potevano aver brillato invano nella nostra vita, ma si erano accese per indicarci la via. E quella via portava a San Pietroburgo, dove ad attenderci, proprio da quella benedetta estate del 2011, c’erano i nostri due figli: una femminuccia e un maschietto, come ho sempre immaginato che fossero anche quelle nostre due piccole more. Dopo tanto dolore nel buio, era dunque finalmente tornata la luce. Guardarli negli occhi, abbracciarli e vederli sorridere per la prima volta fu per noi la conferma di ciò che, in fondo, avevamo sempre saputo: in quel momento tutto aveva riacquistato un senso e quelle piccole luci avevano ripreso a brillare. Per sempre.

Francesca Sivo

A mio marito Massimiliano

e alle nostre ‘more’, piccole e grandi

Bari, 18 ottobre 2015

P. s. L’illustrazione è di Francesca Quatraro (Commissione privata 2012). Cfr. http://officinamezzaluna.weebly.com/.

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