Ho vaccinato Pietro per tutto.

Poliomielite, difterite, tetano, epatite B, pertosse ed emofilia (il cosiddetto esavalente) quando era piccolo piccolo,  due-tre mesi e con successivi richiami. Nello stesso giorno il neonato si è beccato pure l’iniezione contro lo pneumococco e il meningococco C. Dopo l’anno è arrivato il trivalente (morbillo, rosolia, parotite) a cui ho aggiunto anche la varicella. E qualche mese dopo il meningococco B (l’unica vaccinazione a pagamento in Toscana per i nati prima del 2014).

Ma ad ogni iniezione ho avuto paura.

Io e suo padre ci chiedevamo: “Ma perché tutti questi vaccini? Perché noi il morbillo, la rosolia, la varicella e anche gli orecchioni li abbiamo avuti e lui no? Non stiamo forse facendo soltanto il gioco delle industrie farmaceutiche?”. Forse, un po’ sì. Ma abbiamo comunque offerto braccia e gambe di Pietro alle iniezioni, perché quando hai un figlio, soppesi gli effetti negativi e quelli positivi e abbiamo creduto che l’effetto positivo di vaccinarlo sarebbe stato più grande di quello di non vaccinarlo.

Non ho mai creduto alla correlazione tra autismo e vaccino.

Ma ho creduto – e credo – ad una cara amica quando mi disse che i disturbi del sonno di suo figlio erano stati provocati da una dose massiccia di mercurio nel sangue derivante dal vaccino.

Non penso che i vaccini siano la panacea di tutti i mali.

Ma penso che in molti Paesi dove ancora non ci sono – e dove si muore – dovremmo sembrare pazzi a rifiutarli.

Penso anche che con i vaccini si arricchiscano le case farmaceutiche. Che ci facciano soldi a bizzeffe. Ma preferisco arricchire ancora di più queste aziende piuttosto che avere paura che mio figlio muoia di pertosse, per esempio, come è appena accaduto a Bologna.

O temere che venga con me a trovare il bimbo appena nato di una mia amica e passi al piccolo un morbillo, una rosolia, che se non sono più letali per mio figlio, lo sono per quel neonato.

Non ho vaccinato perché dovevo farlo, ma perché potevo farlo. Perché la nostra medicina ci offre questa possibilità che mi mette al riparo dalla paura. Ma non per questo accuso chi non lo fa. Ho diverse amiche che hanno deciso di non vaccinare i loro figli – in tutto o in parte – e non le ritengo madri peggiori di me. Credo che anche loro abbiano soppesato i pro e i contro e poi abbiano deciso.

Ma in quella decisione deve esserci tutta la forza di spiegare il perché,  senza tirare in ballo presunti studi sull’autismo, smentiti categoricamente,  o quella brutta parola “immunità di gregge” (ossia: “Io posso non vaccinare perché tanto la maggior parte dei bambini sono vaccinati”) anche perché è la motivazione più egoista che io abbia mai sentito.

I vaccini, in molte regioni d’Italia – compresa la Toscana – non sono più obbligatori. Per mandare i figli a scuola si firma un foglio in cui ci si prende la responsabilità della non vaccinazione e la cosa finisce lì. Finora ha funzionato, perché la maggior parte dei bambini sono vaccinati e quindi agisce proprio quella brutta parola, l”immunità di gregge”, a salvare gli uni e gli altri. Ma se sempre più famiglie decideranno di non vaccinare più, siamo davvero certi che questa sarà la via della consapevolezza critica e non invece, la via del ritorno di malattie che eravamo riusciti a rendere più innocue?

Alessandra Bravi

 

 

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