Da qualche giorno è ricominciata la scuola. Anche per la piccola Zoe, che ha iniziato la prima elementare in una scuola molto, molto lontana da casa. Sono due anni ormai che la sua mamma e il suo papà l’aspettano. La sua cameretta con le bambole e gli abiti nuovi è pronta, ma per una legge difficile da spiegare ai bambini Zoe può guardarla insieme alla sua sorellina soltanto su un album fotografico che i genitori e i nonni hanno preparato per loro. Il babbo, toscano verace, ironizza dedicandole una canzone, ‘Il primo giorno di scuola’ di Elio e le Storie Tese. Non riesce però a mascherare il dolore per l’ennesima prima esperienza rubata. Perché oltre quel primo giorno di scuola c’è tutto quello che, ben prima di quel giorno, anche lui e sua moglie, come tutti i genitori adottivi, hanno perduto. E perché, nell’angoscia di un’attesa estenuante e assai più lunga di una gravidanza biologica, viene più facile pensare a ciò che non è stato piuttosto che a ciò che sarà.

Eppure – a rifletterci meglio – si realizza che, in fondo, ogni primo giorno di scuola si può vivere come se fosse il primo in assoluto. Da genitore adottivo, infatti, impari ad apprezzare ogni evento, anche il più (apparentemente) insignificante, a goderne l’intima essenza e a trascorrere ogni momento con una consapevolezza diversa: sai quanta fatica c’è dietro, quanto tempo, quante energie e quanti sacrifici ci sono voluti per arrivare fin lì, e quanto quel traguardo sia stato sognato. Insomma, metti a fuoco le priorità. Fai in modo, per esempio, da non perderti per niente al mondo l’ingresso e l’uscita da scuola in quel fatidico primo giorno, rinunci a serate al cinema o in un pub con gli amici e resti a casa a ‘fare famiglia’, perché non vuoi sprecare altro tempo, dopo tutto quello che purtroppo hai già perso. In un attimo, ti passano per la mente i ricordi delle tante prime volte vissute insieme come famiglia dopo aver varcato ‘quella soglia’. Rivedi i video di Tom e Jerry durante il primo viaggio in macchina e le prime patatine al McDonald’s. La prima corsa in metropolitana e i primi, liberatori, salti sui gonfiabili. La testa nell’oblò della lavatrice, la sciarpa del Bari tra le mani e la pasta al sugo con la scarpetta e la faccia sporca. La prima notte insonne, appiccicata a mamma come una ventosa, con un caldo che fa sudare soltanto a guardarsi, mentre papà serra gli occhi e finge di dormire: perché basta, quei fiumi di parole in una lingua sconosciuta mi hanno stordito e intanto abbiamo fatto l’alba. L’attesa all’aeroporto a spingere il carrello stracolmo di bagagli ripetendo di continuo: “Andiamo! Andiamo!”, quando c’è una coda chilometrica davanti a te e non puoi muovere neanche un passo. Il primo volo con la febbre, a cercare una tachipirina e una persona gentile che traduca dal russo all’inglese, mentre tu piangi perché non riesci a capire e desideri soltanto arrivare a casa. E poi il mare, il primo bagno tutto vestito, perché l’euforia di vederlo finalmente dal vivo è incontenibile, e quello vero, in costume, con le onde che mi trascinano a riva perché ancora non so nuotare. Le ‘fatiche’ della montagna e di nuovo il mare, con i secchielli e le palette a costruire castelli e a raccogliere conchiglie per farne collane. Il primo Natale, i biscotti e i panzerotti. Il Battesimo, che è una grande emozione e ai più grandicelli si può pure spiegare. L’albero carico di luci e addobbi, la prima poesia e la nascita del Bambinello, la visita di Babbo Natale a casa dei nonni e quel sacco pieno di doni come mai ne abbiamo visti prima. Le sgagliozze e le popizze, le partite allo stadio e la focaccia: la ‘baresizzazione’ è compiuta. E ancora, le prime feste di compleanno, quelle di Halloween e di Carnevale, il topolino dei dentini e le gare in piscina, le prime uscite con il gruppo scout e i saggi di danza e pianoforte… ma soprattutto la gioia di festeggiare insieme il primo compleanno di famiglia e tutti gli altri a venire. E sì, perché questo hanno di speciale le famiglie adottive: possono celebrare la loro nascita. Ogni anno come fosse il primo.

Francesca Sivo

Dedicato a Silvia, Luca, Zoe e Divine,

alla mia famiglia

e alla felicità di tutte le nostre prime volte.

L’acquerello, intitolato “C’era una volta”,

è opera di Genni Caiella (settembre 2015).

 

Bari, 17 settembre 2015

Annunci