Qualche giorno fa Gloria ed io siamo rientrate a Piacenza dopo dieci giorni trascorsi a casa dei miei in Basilicata. Oltre a mio padre e mia madre, questa volta c’era anche mia nonna. Classe 1927, bracciante agricola, nata e cresciuta in un paesino sul cucuzzolo di una montagna lucana, appartenente a quella generazione che ha vissuto la guerra, che ha patito la fame, ma che ha anche visto il boom economico e le trasformazioni della società fino ai giorni nostri, vedova da tempo, logorroica e un po’ lamentosa, mia nonna è un personaggio. Alla veneranda età di ottantotto anni gode di ottima salute (dolori alle gambe a parte), ma il tempo spietato le sta facendo perdere la memoria a breve termine. In pratica inizia a dimenticare quel che ha fatto il giorno prima, ma ricorda benissimo episodi legati alla sua fanciullezza. Episodi che ripete in continuazione. Tutto questo preambolo era necessario per arrivare al punto di questo post: l’approccio della bisnonna quasi novantenne con la pronipote di appena tredici mesi e le riflessioni che ne sono scaturite. Eccone alcune.

1) I bambini ripetono tutto. Gloria ha un paio di bambole con le quali gioca spesso. Di solito le accarezza e le bacia, da poco prova a dar loro da bere e da mangiare col cucchiaino. A casa mia ha trovato Cicciobello, al quale ha riservato le stesse carinerie. Se non fosse per l’esortazione di mia nonna: «Dai le botte a Cicciobello! Così. Pà-pà-pà sul culetto!». Gesto subito imitato alla perfezione dalla piccola e che sto tentando di farle dimenticare. «Nonna, non insegnare alla bimba queste cose! – ho detto un po’ arrabbiata -. Non si picchia nessuno!». E lei: «Che sort d’ cos’!». Traduzione in italiano: Che sarà mai! Effettivamente quando io ero piccola venivo affidata a lei che mi avrà fatto giocare così. Nonostante ciò, io non ho mai alzato le mani su nessuno. Uno a zero per mia nonna.

2) I bambini di oggi sono fortunati. Ogni volta che davo da mangiare a Gloria, la facevo giocare, la coccolavo, la lavavo o la vestivo, mia nonna partiva con un triste «Quando ero piccola io…». E giù con il racconto che conosco a menadito della sua infanzia piena di stenti e privazioni.

3) Le canzoni politiche piacciono ai bambini. Ho sentito mia nonna cantare “Faccetta nera, bell’abissina! Aspetta e spera che già l’ora si avvicina!” e ho visto mia figlia battere le mani a ritmo. Preoccupata, ho pronunciato una frase del tipo: «Nonna! Non insegnare alla bimba canzoni fasciste!». E sono stata messa a tacere così: «Lu fascist era bruttissim, ma sta canzon iè bbon!». Che tradotto in italiano significa: Il periodo fascista è stato tremendo, ma questo motivetto è orecchiabile. Non fa una piega. Dunque per par condicio mi sono messa a cantare “Una mattina mi son svegliato. O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao. Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor”. Gloria ha battuto le mani a tempo anche in questo caso.

4) Il nome di mia figlia rievoca prepotentemente un inno della liturgia cattolica. Almeno tre volte al giorno mia nonna ha chiesto: «Come si chiama questa bambina?». E io: «Si chiama Gloria, nonna». E lei, cantando a gran voce: «Gloria! Gloria in excelsis Deo!». Alla faccia di Umberto Tozzi e della sua sputtanatissima “Gloria! Manchi tu nell’aria!”.

Antonella L.

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