Nonno Lino, il padre di mia madre. Con lui sono cresciuta. Le sue spalle grandi e forti sono l’immagine della mia infanzia. Il suo sguardo sempre severo si addolciva soltanto con me. Nonno Lino mi amava alla follia, ora lo posso dire. E io lo ricambiavo. Dai tre ai sei anni, credo di averlo amato più di quanto amassi i miei genitori. Io, che da piccola, ero una mocciosetta piagnucolona, mi sentivo in grado di fare tutto quando stavo con lui. Potevo imparare ad andare in bicicletta (perché tanto lui era sempre dietro di me), potevo correre veloce sui pattini nella pineta di Viareggio (perché ogni volta che cadevo, lui c’era), potevo anche nuotare in piscina (perché lui veniva a guardarmi dal vetro). Con lui stavo nell’aia a dar da mangiare a galline e conigli, con lui facevo i pupazzi di neve in inverno, con lui zappavo l’orto e raccoglievo i fagiolini, con lui correvo dietro ai cani nella strada. Non ricordo una sgridata, una voce alta, uno sguardo di sfiducia. Ricordo invece il vino nella botte, quell’odore acre che lui mi faceva respirare in cantina. Ricordo i pomodori calpestati con i piedi nudi per farne pomarola, con la nonna che gli gridava: “La smetti di farlo fare alla bambina!” e lui che rideva, mi guardava complice e diceva: “Lasciamola gridare va”. Ho poche foto di lui, ma una serie di diapositive nitide dentro la mia testa. E la sensazione fisica di quelle braccia pronte a sollevarmi sempre, di quelle mani che stringevano le mie, del suo odore di campi e sudore che mi porto addosso come il ricordo più prezioso che ho. Auguri nonno, so che da lassù mi guardi sempre.

Papà Luigi. Da piccola, me lo portava sempre via il treno. Tornava da Roma con le sue valigie il venerdì e ripartiva la domenica. Ricordo tanto gli occhi di mia madre: così felici quando andavamo a prenderlo in stazione, così opachi quando lo accompagnavamo a ripartire. Poi il nostro anno più bello, quando ci siamo trasferiti a Roma. Mia madre disse: “Siamo una famiglia, dobbiamo stare insieme”, sfidò mio nonno e mia nonna e partimmo. Lì, finalmente, a cinque anni, conobbi davvero mio padre. E lo scoprii dolce e divertente. La mattina io e mamma gli preparavamo il vestito per andare a lavoro e io affondavo il naso nelle sue cravatte che sapevano di dopobarba. La sera cenavamo insieme nel nostro appartamento di Ciampino e io, sempre capricciosa nel mangiare, cercavo di fargli vedere che se c’era lui, i capricci non li facevo. Con lui ho visto la Cappella Sistina per la prima volta, il Vaticano, le giostre all’Eur, la festa del vino a Marino. Poi venne trasferito a Firenze e noi tornammo a Lucca. A sei anni cominciò la nostra vita insieme, tutti insieme. Me lo ricordo prof improvvisato di matematica (io che le tabelline le rifuggivo come una bestia nera), ricordo quella ventiquattrore nera che raccontava il suo lavoro, le centinaia di sigarette a cui un giorno disse: “Basta, non fumo più”. E così è stato. Poi l’adolescenza: io, in perenne lotta con mia madre, trovavo in mio padre un compagno più simile (eppur geloso, gelosissimo come quando mi venne a prendere una sera e trovandomi sulle ginocchia di un “fidanzatino” mi tirò via letteralmente per le orecchie, per poi scrivermi una lunga lettera in cui mi spiegava la sua reazione). A lui ho detto delle mie prime mestruazioni, a lui ho detto che avrei voluto prendere la pillola. E lui, stordito in mezzo a quattro donne, io, mia nonna, mia madre e mia sorella, a volte faticava a prendere le misure, a starci dietro. Poi, un’immagine più recente. Alluvione del 2009, la nostra casa va completamente sott’acqua. Lì ho visto prima l’uomo del padre. Un uomo che sapeva piangere mentre spalava il fango, che ci guardava, noi donne, attonite e mute e ci abbracciava. Ora, insieme al padre e all’uomo, c’è un nonno. Fiero, fierissimo del suo nipote. Dolcissimo, ai limiti del vizio con mio figlio. Che coccola, culla, prende in braccio, fa giocare a pallone, che so vorrebbe vedere di più, vorrebbe sempre avere intorno. Auguri, papà. E grazie di tutto.

Carlo, il mio compagno, padre di mio figlio. Entrato come un fulmine a ciel sereno nella mia vita, mi ha destabilizzata e fatto scoprire amore e bellezza. Carlo è padre da due anni e quel ruolo sembra calato su misura per lui. Se è teso, con Pietro trova la serenità. Se è stanco, con Pietro trova l’energia. Severo ma dolce, capace di stupirsi come un bambino. Serio, di quella serietà che si stempera negli occhi che sorridono. Carlo torna a mezzanotte da lavoro e si mette a montare la lavagna per farla trovare a Pietro la mattina dopo, e sopra ci disegna una balena. Prende una chitarra e suona e canta con lui. Nei primi mesi di vita di nostro figlio io ero completamente in palla, lui è stato il filo in cui siamo riusciti a mantenerci in equilibrio. Carlo è la montagna da scalare di Pietro, la sua altalena, il suo rifugio notturno quando scende dal lettino, vuole la mamma, ma poi si addormenta solo addosso a suo padre. Auguri amore mio, perché senza te, infine, io non sarei nulla.

Alessandra Bravi

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