Io non sono brava con le piante. Anzi, sono la negazione della vita delle piante, eppure le amo moltissimo. Con me è morto tutto: mimose, begonie, altri fiorellini bianchi profumatissimi di cui non ricordo il nome, stelle di Natale, margheritone. Sono riuscita pure nell’impresa disperata di uccidere l’edera e la miseria, quelle non muoiono mai dicevano, vai tranquilla. Ecco, niente, stecchite. Le annaffio, giuro. Le tolgo dal troppo caldo, davvero, le riparo dal freddo. Magari capita che me ne scordi un giorno ma poi torno da loro. E loro, molto prima che poi, mi abbandonano.

Il prologo era necessario perché mio figlio qualche giorno fa è tornato a casa dall’asilo con una piantina che lui stesso ha piantato. Non so cosa sia, ma quando l’ha portata, era piccola piccola, con un minuscolo germoglio. Dieci giorni dopo, è cresciuta e ha messo su piccole foglie, quasi senza che io me ne accorgessi. Insomma, a me, pollice nero, parrebbe germogliare. Io e Pietro abbiamo fatto poco: l’abbiamo spostata in un vasino più grande, le diamo un poco d’acqua ogni giorno, io non me la scordo mai anche perché ho un prezioso alleato che ogni sera dice: “mamma piantina” e ne siamo orgogliosi.

Poi il pensiero va a mio figlio. Cresce, quasi senza che io me ne accorga, come quella piantina. Ieri ho avuto un colloquio con il maestro dell’asilo: “Pietro è un bimbo grande, sarebbe già pronto per la scuola materna. E’ sveglio, attento, curioso e timoroso allo stesso tempo. Non si butta subito ma quando fa le cose, è l’ultimo che riusciamo a far venire via, è testardo e sa come ottenere quello che vuole. Capisce tutto e ti risponde a tono, non parla e basta, fa dei ragionamenti. Ti sfida. Nel gioco, nel cibo, nel sonno, nei rapporti con gli altri bambini. Ti osserva per guardare la reazione dell’adulto e rispondere a quella. Si arrabbia e si diverte. Gioca a fare il piccolo – e allora vuol essere preso in braccio,a volte imboccato, a volte ninnato – sapendo che sta diventando grande – nella frase “io solo” c’è tutta la sua presa di coscienza -“. Lucido, lucidissimo il maestro. Ha capito cose che io avevo sott’occhio ma non vedevo.

Mi sono sempre sforzata di non trattare Pietro da “neonatone”, ma tanti capricci o tante manifestazioni di indipendenza le etichettavo come: “E’ piccolo”. E sì, è piccolo, il mio piccolo grande figlio che fra pochi giorni compie due anni. Ma ora capisce bene se gli spieghi perché non è più l’ora di essere ninnati (e si arrabbia), che si mangia da soli perché anche la mamma e il babbo stanno mangiando (e ubbidisce), e ora lo senti ridere di là con la sua amica del cuore Fiamma e pensi: “che carini, senti come giocano”, e poi li trovi che saltano come pazzi sul lettone di camera tua e quando li sorprendi ridono e piangono insieme dopo aver battuto una testata e lui ti dice: “Non si fa, così non si fa”, ma poi si fa perché fa troppo ridere. E il lettino finalmente, era l’ora di levargli quelle sbarre: “E’ smontato” ha detto. “E’ smontato perché ora è un lettino da grandi”, “Sì, io grande”, ma poi si addormenta con le sue braccia attaccate al mio collo (e menomale son piccina sennò come entro in quel lettino…) e poi si sveglia nel cuore della notte, scende e viene a trovarti. E il babbo, “babbo, babbo” che lo porta in bici, gli fa fare le capriole e l’altalena, lo coccola e lo sgrida. Il babbo che anche se a cena spesso non c’è causa lavoro, lui gli apparecchia la tavola: “Questo è per babbo” e mette cucchiaio e piatto. Il babbo a cui si avvinghia nel lettone e con cui si spartisce la mamma: “Babbo, mamma è mia”. E la mamma gongola, contesa tra due uomini.

Poi c’è la parte meno bella. Le bizze e i capricci ora sono davvero pesanti. Pietro è testardo anche in quello. Chiude gli occhi e grida. Prima si riusciva a sviare, a catturare la sua attenzione in altri modi. Adesso, o ottiene quello che vuole, o ingaggi una lotta. Che lui sa ben sostenere. Dal biscotto negato alla ninna nanna in braccio (che basta, non si può più, oh no se non si può più) fino alla storia della sera che ormai sa a memoria e che se sbagli qualcosa, guai a te!

Pietro germoglia velocemente come quella piantina e io a volte, persa nel lavoro e nelle mie cose, dimentico quanto ogni ora, ogni giorno, ogni momento per lui sia importante. Da vivere e condividere.

Alessandra Bravi

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