La settimana della trasferta. Quella che di nuovo porta tuo marito in Svizzera e i tuoi figli nel lettone, quella in cui la baby sitter si ammala e fuori piove, piove o c’è vento. E tu sei pure metereopatica. La settimana che ti ammazza fisicamente, che solo metterli a letto entrambi richiede lunga preparazione atletica, che il lavaggio del nasino sembra un parto, soffia-spingi-ecco la vedo-sta uscendo. La settimana in cui ogni momento è buono per chiedere dove sia papà e ogni momento è buono per spiegare che no, papà non torna stasera. La settimana che “dai mamma, vieni nella tenda, tanto tra poco torna papà e spegne lui sotto il fornello”. E no, non ci siamo capiti bene bene bene. La settimana dei capricci e la settimana del surplus di coccole. La settimana del tagliamo i capelli ai bambini chissà il papà prende esempio e si taglia quel pizzetto che lo fa sembrare il suo gemello cattivo. La settimana che fai tardi tutte le sante mattine chiedendo scusa al collega che gentile ti passa a prendere in auto.

Ma oggi è venerdì. E venerdì è il giorno che finalmente puoi dire: oggi torna papà, oggi, stasera. Sei felice? Sì. Oggi è il giorno che c’è la nonna a casa e quindi finalmente sei puntuale e il tuo collega non deve aspettare.

Mo’, a saperlo, che motivo c’era di correre in ufficio? Per scoprire che questa oltre a essere la settimana della trasferta, la settimana della baby sitter malata, la settimana della pioggia, doveva essere pure la settimana del licenziamento? Ora ho questa lettera sulla scrivania e non posso fare a meno di sorridere perché accanto c’è un souvenir che Davide, per la prima volta, mi ha dato salutandomi sulla porta. Una palla, morbida e colorata. “Così ti penso mentre sono in ufficio? Sì”, ha detto con quelli occhi che innamorano.

Alessandra Erriquez

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