mia asiloMia figlia è il mio cuore, la gioia che mi fa svegliare la mattina, la felicità quella che non hai bisogno di nient’altro, la bambina più bella del mondo (sono in piena sindrome dello scarrafone), la dolcezza fatta cellulite, i piedini smaltati più irresistibili, gli abbracci più grandi, i baci più insalivati, gli occhi che c-i-a-o. La amo come non si può amare niente e nessun altro.

Insomma l’ho appena lasciata all’asilo, per la prima volta, è arrivato il momento, rullo di tamburi, separazione, libertà, non ho pianto, sì il cuore un po’ mi si è stretto quando lei ha pianto urlando “mami”. Ma se non l’avessi lasciata all’asilo forse avrei scritto di quanto mi leva la salute di notte, che ancora si attacca alla tetta (oh yes). O di quanto sudo in questa gelida estate londinese per fermare ogni suo tentativo di suicidio/omicidio, arrampicandosi e lanciandosi dai tavoli, strangolandosi con i lacci delle scarpe, scagliando tricicli addosso ad altri bambini. O racconterei degli allarmi antifurto che fa scattare nei negozi, quando esco facendo suonare il ladro-detector e scopro che ha nascosto nel passeggino: due collanine, un pacco di pomodori pachino, un vestito arancione, una birra. Racconterei dei capricci da chiamare l’esorcista o il dottor House (non so lì, ma qui li chiamano scientificamente “tantrum” e ci sono delle consulenti apposta per risolverli eh, è un fatto serissimo).

In ogni caso, tornando al santo asilo, ho visto mamme piangere più dei loro figli. Anzi, ho visto piangere proprio le mamme i cui figli non hanno pianto per niente. E allora aspetto che anche Mia, presto, si giri dall’altra parte e mi saluti con quella manina grassa coi buchi senza neanche una lacrima. E a quel punto, cuore in pezzi, me lo faccio io un bel pianto.

Daria S.

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