imageÈ sabato. E solo oggi mi rendo davvero conto del giorno che é. Fino a ieri é stato tutto un lunghissimo lunedì, iniziato alle 20 di sera. Ho pensato molto se scrivere questo post e alla fine ho deciso di farlo, per due ragioni. La prima, egoistica: la scrittura mi ha sempre aiutata nei momenti d’impasse. Mettere nero su bianco quello che mi accade mi aiuta a distaccarmene, fin dai tempi delle scuole medie. La seconda, perché questo é un blog di mamme, letto da molti genitori e vorrei raccontare e condividere come io e Carlo abbiamo affrontato quello che é successo.

Lunedì sera torno da lavoro un po’ più tardi approfittando della giornata libera di Carlo. Lo trovo a casa che gioca con Pietro. Come al solito, mio figlio mi viene incontro sorridente mentre giro la chiave nella porta. Con molta calma Carlo mi dice di guardare la schiena di Pietro, io sollevo la maglietta e comincio a piangere. Piano, per non spaventare nostro figlio. Dico: “Ė stato picchiato” e non credo ai miei occhi. Pietro ha la schiena piena di lividi ed escoriazioni circolari, ne conto almeno sei, mi sembra di vedere dei denti, c’è una ferita che sembra di unghia. La mia testa impazzisce. Rabbia, paura, dolore, impotenza, incredulità. Non riesco neanche a pensare. Sento Carlo che mi dice di stare calma, che Pietro é tranquillo, di cercare di non farlo agitare, che non sente dolore da nessuna parte, che non piange, che il pediatra l’ha già visto e pensa che siano morsi di bambino o un animale che gli é entrato nella maglietta. Dice di andare in ospedale e fare tutte le analisi per escludere che sia qualcosa di fisico, di interno ma visto che il bimbo sta bene e non ha sintomi, di stare tranquilli.

Pietro é davvero serenissimo. Mangia tutta la pappa, gioca, cammina, parla. Tutto come al solito. Decidiamo di non andare subito al Meyer, l’ospedale pediatrico di Firenze, rimandiamo alla mattina. Nostro figlio si addormenta, noi passiamo la notte a chiederci cosa é successo. Tutto porta a morsi di bimbo, quindi all’asilo ma le maestre non hanno detto niente a Carlo quando é andato a prenderlo. E non è possibile che non si siano accorte. É una cosa impossibile. E allora la notte passa tra i forum online e tra le immagini che assomigliano a quello che Pietro ha sulla schiena. La paura diventa terrore. Perché potrebbe essere di tutto.

Martedi mattina andiamo al Meyer. E qui spezzo una lancia per l’ospedalino. Ambiente meraviglioso, dottoresse, infermiere e personale addetto fantastico. Entri e sembra di stare in un parco giochi, non in un ospedale. Al pronto soccorso guardano la schiena di Pietro e ci fanno entrare subito. Lo sguardo dell’infermiera dell’accettazione non lo dimenticherò mai. Nei suoi occhi leggo l’allarme e la frase pronunciata con lo sguardo: é stato picchiato. Io mi sento morire. Pietro ride e gioca. Gli vengono fatte tutte le analisi ma la dottoressa è certa: sono morsi e lividi. “Dottoressa mi esclude che siano stati fatti da adulti?”. “Signora, io non lo posso escludere per ora”. E li affondo. Le lacrime affiorano, stanno per straripare. Come una furia chiamo l’asilo e parlo con la maestra che era di turno il giorno prima. Mi dice che non sa nulla, che non ha visto nulla, che sì c’è stato un momento in cui Pietro piangeva ma “spesso Pietro piange prima di essere messo a letto”, e che sì c’è stato anche un momento in cui Pietro aveva intorno una bambina un po’ più grande che lo stringeva “però no, non so dire cosa sia successo”. Torno dalle dottoresse e una di loro ha misurato morsi e lividi, intanto arrivano le analisi. Pietro sta bene, non ha niente di fisico.

Pietro é stato preso a morsi, cinque, sei volte da un bambino e nessuno se ne é accorto.

Cose fra bambini sì. Ma non può accadere senza che un’educatrice se ne renda conto. L’ospedale provvede alla segnalazione d’ufficio al Comune per un’ispezione. Noi decideremo se sporgere denuncia o meno. Io non riesco a togliermi dalla mente un’immagine: quanto avrà strillato mio figlio? E perché la maestra non é andata a vedere cosa succedeva? Perché non ha capito che tra il pianto di un bimbo che ha sonno e il pianto di un bimbo a cui viene fatto del male ce ne corre?

I giorni successivi sono continuati con i confronti con la maestra del turno e con le altre che non c’erano. Scuse, tante. Almeno in seconda battuta. Mortificazioni, giustificazioni. Ho la testa piena. I morsi sono scomparsi, i lividi si stanno affievolendo. Ho provato a riportare Pietro in asilo accompagnato da noi e poi riportato via, per vedere se aveva paura ma non ne ha. Si é messo a giocare, ha sorriso alla maestra e ai bimbi. Pietro non ricorda niente. “I bimbi a questa etá – ci ha detto la dottoressa – non hanno ricordi, non se l’episodio resta isolato e non associano bene o male. Pietro ha già dimenticato”.

Io e suo padre no. Il rapporto di fiducia con le maestre si é rotto. Pietro non rivedrà quell’asilo che avevo scelto con grande cura. Ho molti dubbi anche sulla mia capacità di scelta in questo momento. Il gigantesco lunedì mi sembra che sia terminato solo quando mi sono svegliata questa mattina. Ho paura che questa storia mi lasci un senso di sfiducia generale. E io che mamma ansiosa lo sono già un po’, non voglio pensare che Pietro stia al sicuro solo quando é con me o con suo padre.

Alessandra B.

Annunci