blogDiciannove mesi e lo tsunami è passato. Ora solo un po’ di mare mosso e la stanchezza che non va mai via. E’ il momento di riguardare le foto di un secolo fa. Appena nato un bruco grigio, grinzoso e il terrore nei miei occhi. Dopo tre mesi lo sguardo assonnato ma invaghito del mondo e le mie borse sotto gli occhi. A sei mesi l’aria da furbetto impertinente, le gote come due melograni e i chili sui miei fianchi che iniziavano a calare.

A un anno il primo giorno di nido. Le sue lacrime al momento di lasciarlo. Le mie lacrime dopo averlo lasciato. Un anno e mezzo la rivoluzione. Le prime parole: Pappa nanna cacca Tetè (latte), Tam (Camion), Copeca (Coperta rossa, la sua preferita) mamma e tanto Papàààà, papàààà!!! Il suo correre su e giù per il nostro terrazzo, gli sforzi e il coraggio nel fare le scale da solo, mangiare da solo, annaffiare i fiori da solo. Le fuse reciproche con il gatto di casa e poi le urla fulminee per i primi graffi improvvisi sulle manine.

Questo lui. Poi ci sono io. Il mio dover crescere. Un allenamento continuo per spronarmi ogni giorno a fare la mamma e la donna contemporaneamente. Competitiva nel lavoro. Sexy con mio marito. Presente e dolce con mio figlio. Una coperta sempre corta, un equilibrio quotidianamente precario che si porta dietro una frustrazione intermittente. Mamma e donna. Insomma la solita vita normalmente anormale delle donne. Eppure a 36 anni non ho ancora imparato la lezione.

Annalisa S.

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