cervello_mammeLo chiamano pregnancy brain, cervello da gravidanza. Ne soffre tra il 50 e l’80 percento delle donne. Me compresa. È la parte dell’attesa che mio marito preferisce (dopo l’aumento di volume del seno, s’intende). Vuoti di memoria, annebbiamenti, difficoltà a parlare o scrivere… Nella prima gravidanza, questo si è tradotto con episodi del tipo: Dove ho messo il telecomando? Qui non c’è, qui nemmeno. Per poi trovarlo nel frigorifero. E ancora panni sporchi nell’immondizia e cose del genere. Anche le conversazioni avevano preso una piega curiosa: io ci mettevo le parole, toccava agli altri metterle nell’ordine giusto. Oh, non è che potevo fare tutto io!
Anche in questi mesi non mi sono sottratta alle divertenti peripezie da cervello da gravidanza. La prima è stata quando dopo un’ora di preparazione del brodo per Davide (ero fuori casa e non avevo il mio migliore amico Bimby), l’ho filtrato senza mettere sotto una coppa e così è stato che l’ho visto cadere nel lavandino in tutto il suo splendore. A quel punto il test di gravidanza non era più necessario. Poi ci sono stati strofinacci nel frigorifero (e sì, il frigo è il mio evergreen) e sempre cose di questo tipo, dinanzi a grasse risate di coniuge e parenti che oramai mi hanno preso più per una rincoglionita che per una gravida e mi interrogano su ogni cosa che faccio temendo possa lavare il bucato nella vasca e il figlio nella lavatrice. Che poi, a lui la lavatrice piace un sacco!
Il meglio tuttavia è venuto ieri quando sono andata in ospedale per il tampone vaginale richiesto nell’ultimo mese. Entro in reparto e già vado in uno stato di trans perché avrò pure i vuoti di memoria ma il travaglio lo ricordo benissimo. La saletta visite dove mi fanno accomodare è piccolina, priva di sedie: mi metto in un angolino, lascio la borsa a terra, mi tolgo il cappotto, gli stivali, i collant. Che col pancione è un’impresa da applausi. Prelievo velocissimo. Sono le 9.40 e sono passati già dieci minuti dall’appuntamento con l’istituto di microbiologia che deve ricevere il campione per analizzarlo. Di corsa mi rivesto, sempre in piedi nel mio angolino. Slip, calze, stivali, cappotto. Dai, stavolta l’applauso me lo faccio da sola. Borsa in spalla, vado verso microbiologia ricordando perfettamente quale sia l’edificio. Che brava… se solo non avessi lasciato il tampone in reparto! Faccio dietrofront, corro per le scale mentre mio figlio da dentro si chiede cosa mai l’abbia fatto passare da mesi di riposo forzato alla corsa da competizione. Al mio cervello da gravidanza tuttavia si aprono tutte le porte, quella del reparto e quella della saletta visite dove fortunatamente non c’è la dottoressa che mi ha fatto il prelievo (sai che figura) ma solo altri due medici sconosciuti che mi guardano straniti. E per fortuna che non l’avevano buttato! Con nonchalance prendo il campione e, udite udite, controllo che il nome sia il mio. Lo è. Almeno credo.

Alessandra Erriquez

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