IMG_1263Prima di Pietro, mio figlio si chiamava Miagolino, detto Miago. Tutto nero, unghie affilate e principe della casa. Anzi, delle ben quattro case che a Firenze abbiamo cambiato insieme. Siam passati da quella con corte e giardino in Santa Croce ad un seminterrato (ma molto molto carino) in San Niccolò, per spostarci in un appartamento in cui il micio non aveva nessuno sfogo se non un soppalco dotato di scala di legno, per approdare infine ad una casa con terrazzo sempre nel nostro quartiere preferito. Siamo andati a migliorare insomma, ma il povero grande Miago non sapeva che in questa quarta casa c’era la fregatura: un bebè in arrivo.

Questa è la storia di un amore sbocciato con molta molta calma.

Quando siamo rientrati dall’ospedale con Pietro dormiente in carrozzina, Miagolino ha subito capito che qualcosa non andava. Le avvisaglie, dal pancione in poi, le aveva avute, ma la notte continuava ad avere il suo posto d’onore nel lettone. Posto usurpato quasi subito da Pietro, che fin dalle prima notti ha sempre preferito la pancia della mamma piuttosto del morbido materassino della culla. E Miago è stato sbattuto fuori (e mica potevo far respirare ad un neonato tutti i peli del mio amato gatto no?).

La reazione è stata quella di infilarsi in tutto quello che era di Pietro: carrozzina ovviamente, culla, poi l’ovetto, i cassetti dove c’erano i vestitini ecc… Quando non era lì dentro era in terrazza, soprattutto nei momenti in cui il bebè decideva di prendere aria ai polmoni e dilettarsi in urli da Tarzan e pianti da oscar. Nei primi tre mesi di vita di Pietro io e Miago ci siamo praticamente ignorati. Lui non mi perdonava di avere un altro figlio, anzi, IL figlio, io persa dietro alla giravolta di mamma alle prime armi inettainespertaneldeliriotalvolta non potevo star dietro anche alle cacche del gatto e via dicendo. Ma gli ho sempre dato da mangiare. Giuro. Magari qualche volta a mezzanotte, ma insomma…

Poi c’è stata l’estate, Miago ha trovato l’amore (la gatta – o gatto non so – di sotto, irraggiungibile per altro, ma contento lui…) e Pietro ha cominciato a trovare un po’ di pace. In quei mesi il neonato è stato messo a dormire nel lettino e di tanto in tanto il gatto poteva tornare nel lettone. Anche il divano non era più solo appannaggio di mamma con bimbo attaccato al seno o al biberon ma è tornato ad essere anche la cuccia del gatto. Io e Miago abbiamo ricominciato a flirtare, ma bebè e gatto poco e nulla.

L’amore, quello vero, è sbocciato solo ora, in autunno. Me ne sono accorta quando una sera per provare a calmare Pietro gli ho detto: “Guarda Miago, guarda che bellino”, il gatto si è avvicinato e Pietro ha smesso di piangere e ha sorriso, poi riso. Da lì in poi, il mio gatto è diventato una risorsa preziosa quanto lo specchio (sì, Pietro è un po’ narcisista, si calma anche allo specchio). A volte, un baby sitter.

Adesso nel lettone ci stiamo in quattro: la mamma, il babbo, il bimbo, il gatto. (E sì, Pietro con i denti, è tornato nel lettone sennò qua non si dormiva più nessuno! E sì, Miago dovevo pur premiarlo). All’alba (oggi è toccata a me) e nel resto del giorno, Miago gioca con Pietro… cioè: Miago si fa tirare la coda, far ciao con la manina, accarezzarestrizzarepettinare il pelo e Pietro se la ride. Insomma, finalmente, that’s amore!!!!

Alessandra B.

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