mom enough

Il ragionamento che mi sono concessa ieri notte, in quei 45-60 secondi che passano da quando poggio la testa sul cuscino a quando mi spengo come se non ci fosse un domani, era più o meno questo: prima di sposarsi si fa l’addio al nubilato, ovvero un weekend (minimo) fuori dalle balle con le amiche, a far finta di avere ancora 20 anni.  Quella potrebbe essere la mia unica occasione di prendere un aereo (o un traghetto, una barca, una zattera) e lasciare mia figlia col padre. Ergo, conclusione del sillogismo, mi tocca sposarmi. Non che qualcuno me lo abbia chiesto, ma si tratta semplicemente di un chiaro esempio di pensiero allucinato da claustrofobia da allattamento. Allucinazioni a parte, una soluzione più razionale che mi eviterebbe di passare dall’altare potrebbe essere svezzare finalmente questa povera creatura di 5 mesi che sbava da settimane alla vista di forchette, cucchiai, pagnotte, biscotti, bottiglie di vino, caffettiere. Ho almeno 4 manuali su come svezzare i pupi, metà inglesi (compresa quella nazi di Ginetta Ford), metà italiani. Per fortuna non ho il tempo di leggerli in quanto mi confonderebbero le idee già abbastanza inquinate da chiacchiere da bar tipo: il “baby driven”  è la nuova frontiera, devi darle il purè di mela, macché i bastoncini di carota, no no l’avocado e la banana, deve mangiare quello che mangi tu, devi abbinare i colori della frutta ai colori del piattino (alè). Poi, mentre pensi che alla fin fine un buon compromesso è mungere qualche litrozzo di latte e insegnarle a ciucciare il biberon dalle  mani sante del padre, e mentre stai lì lì per prenotare un weekend a Ibiza – ma anche a Ponza eh – lei ti fa labbrino e dice mammammammamma. Mamma! Oddio l’ha detto! O almeno così ti pare. E il mondo può pure finire ora. Insomma per andare su un’isola a bere dei Mojito aspetterò il mio addio al nubilato, semmai ce ne sarà uno. E aspetterò qualche buon consiglio su mele, carote e affini, grazie. Daria S.

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